OASI DI AL FUGHA

Nell’immaginario di tanti europei la parola “oasi” corrisponde a un piccolo angolo di paradiso perso nel mare di deserto. Al Fugha è esattamente così.

Negli anni Trenta constava di 2.500 palme e poche centinaia di abitanti. Oggi poco o nulla è cambiato nei ritmi di vita, nella rassicurante sensazione che l’ombra delle palme regala a chi passa di qui, nella percezione di trovarsi in un punto remoto del deserto, segnato da altipiani imponenti.
La magia del villaggio del XII secolo, costruito in pietra e fango, per quanto non più abitato, è rimasta immutata. Dietro il portone d’ingresso, che veniva chiuso tutte le sere alle 20.30 per difendersi da ospiti inattesi, si dipanano le vie che conducono alle case.
Ciascuna aveva un proprio pozzo che attingeva l’acqua proveniente dalla fonte per mezzo di incredibili canali sotterranei naturali.
All’epoca i datteri erano davvero una risorsa preziosa: la porta del deposito della moschea che conteneva quelli raccolti nel campo di proprietà dei religiosi era chiusa da ben tre lucchetti, le cui chiavi erano affidate a tre custodi: i frutti erano destinati alle feste della comunità o ad aiutare i più bisognosi: non si poteva certo correre il rischio di un furto.